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Segretario Bersani, domani, oggi per chi ci legge, metà del suo
partito manifesta con la Cgil contro la manovra che sostenete in
Parlamento. Questo non le crea qualche disagio?
«No. Noi siamo un grande partito, un partito che discute. Leggere la
nostra discussione come una battuta di questo o di quello sarebbe
riduttivo. Noi siamo a nostro agio, innanzitutto perché questa
mobilitazione ricompone l'unità del sindacato;
il che è un bene per la Repubblica».
Ma divide il Pd.
«La piattaforma dello sciopero
non parla di bocciatura della manovra.
Parla di modifiche. Diverse vanno nel senso in cui andiamo anche
noi. Non vedo difficoltà se la nostra gente partecipa ai presìdi dei
sindacati e noi si sta nel nostro, tentando di migliorare
la manovra in Parlamento».
Monti ha avvertito che lo spazio per le modifiche è stretto.
«Noi non chiediamo al governo di fare al cento per cento quel che
faremmo noi. Saremo responsabili: il nostro sostegno non è in
discussione. Questa manovra è un messaggio all'Europa, è il segno di
un Paese che si mette all'opera dopo anni di paralisi. Però cercheremo
di convincere il governo ad accettare alcune correzioni.
Sul fronte delle entrate, e su quello delle spese».
Quali correzioni?
«Su un'imposizione
sui patrimoni c'è
qualche segnale, non c'è una decisione organica: noi però teniamo
fermo il punto, se non è questa l'occasione ne deve venire un'altra.
Lo sforzo per far
pagare gli evasori si
vede, ma solo in parte: la tracciabilità a mille euro non è
sufficiente; e non basta il 4% sui capitali scudati. Visto che il
principio avanzato mesi fa dal Pd di chiedergli un contributo è
finalmente passato. Ci aspettiamo poi un segnale nuovo sulle
frequenze tv».
Non crede che il governo sia costretto a tenere conto del veto di
Berlusconi?
«Il governo
non deve accettare veti,
neppure da Berlusconi, sulle frequenze tv come sulla Rai. Su questo
punto non si può arretrare. Non è tempo di concorsi di bellezza. Il
governo dica la sua, proponga una soluzione equa».
Non vi va bene neppure la riforma delle pensioni?
«Io non critico la riforma sul piano concettuale, anzi penso che introduca
meccanismi di unificazione significativi.
Bisogna però introdurre
anche elementi di gradualità.
Su alcuni punti il salto è troppo alto. Non si possono penalizzare i lavoratori
precoci.
La soglia sopra cui si sospende l'indicizzazione va portata a
1400-1500 euro. Chiediamo anche una fascia
più ampia di esenzione dall'Ici,
anche in rapporto al carico familiare».
Sull'Ici va chiesto qualcosa in più alla Chiesa?
«Sì. Il governo deve fare chiarezza su una norma, quella che distingue
gli immobili adibiti al culto da quelli a fini commerciali,
applicata sinora in modo confuso. Poi servono misure per la
crescita. Ad esempio, deroghe
al patto di stabilità per
consentire investimenti rapidi ai Comuni».
Il vertice europeo è andato però nella direzione del rigore
assoluto, e di controlli più severi sui bilanci.
«In Europa le destre e i populismi hanno rinsecchito una prospettiva
solidale.
Anche quando fai un passo avanti, e lo si è fatto, si cade nei
barocchismi "nei si fa ma non si dice"; come nel caso pur positivo
di una maggiore facoltà di azione della Bce. Quanto alle necessarie
decisioni sulla stabilità, non si può inseguire
la recessione,
non si può continuare a fare manovre
su manovre:
la recessione dev'essere messa a sconto negli equilibri di bilancio.
L'Europa ha gli strumenti per farcela. Tra sei mesi si vota in
Francia - e Hollande verrà alla nostra assemblea, venerdì prossimo
-, nel 2013 si vota in Germania e in Italia. Serve una grande
piattaforma progressista europea».
In Italia però l'unità della sinistra appare compromessa. Il Pd va
verso un'alleanza con Casini?
«Leggo un'ampia letteratura sulla "foto di Vasto". Ma a quella foto
manca il sonoro. Io ripetei allora quel che ho sempre detto: alla
fase dell'emergenza segue la ricostruzione;
per la ricostruzione serve un'alleanza
tra progressisti e moderati.
Il Pd si è preso le sue responsabilità. Altri se ne prenderanno di
meno: pazienza. Ma un conto è la critica, un conto sono la
deformazione e la denigrazione. Vendola mi pare attento a evitale.
Di Pietro, quando parla di inciucio, no. È chiaro che argomenti come
questo, se ribaditi, portano a rotture difficilmente componibili.
Perché la
pietra di paragone è l'Italia;
non un punto percentuale in - più o in meno».
Pisanu vede Monti candidato a Palazzo Chigi anche nel 2013.
«Io invece non
credo che il bipolarismo sia finito.
E non credo che Monti voglia essere il demiurgo anche della fase2,
della ricostruzione. Per quella occorre un grande confronto
elettorale tra le forze politiche».
È sicuro che la vostra gente vi verrà dietro? Questo è davvero un
governo di destra, come si sente ripetere?
«Questo non è un governo di destra. E' un governo di impegno
nazionale, come lo chiama Monti. Se
fossimo andati a votare, avremmo vinto noi;
ma non ho rimpianti. Abbiamo fatto un investimento sul futuro. E i
miei l'hanno capito. La gente è più matura di quel che si crede».
La gente è anche molto arrabbiata con voi politici, che non vi siete
tagliati lo stipendio.
«Guardi, ho ricevuto diversi messaggi di parlamentari che sono stati
insultati per strada da passanti che avevano letto i titoli dei
giornali. Ora, io dico basta. Due volte basta:
ai privilegi, ma anche ai linciaggi.
Di questo passo non so dove arriveremo».
Non è stato un errore non dare subito un segnale forte sui costi
della politica?
«L'errore è stato rendere credibile che si stesse lavorando a dei
rinvii. I vitalizi
non sono stati tagliati dal governo, ma dai presidenti delle Camere.
Lo stesso si farà sugli stipendi, che saranno equiparati
alla media europea.
Ricordo che "la Maastricht dei costi della politica" è una proposta
del Pd. Vigileremo perché sia tradotta in pratica, anche in
periferia. Ma non cadiamo nelpopulismo.
Quando avremo fatto questo, verrà il momento di smascherare coloro
che nascondono, dietro i privilegi della politica, i privilegi
propri».
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