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Ci vorrà del tempo, forse anni, per fare un
bilancio di quel che è stato Silvio Berlusconi per l'Italia. Ci
vorranno storici e analisti capaci di discernere, di orientarsi, di
distinguere per dare un giudizio, se non veritiero, almeno vicino
alla verità su quello che, senza dubbio, è stato il più importante
fenomeno politico degli ultimi 20 anni. Sull'uomo che per quasi due
decenni ha deciso del destino politico del paese. Il giornalista
politico può solo offrire un primo sguardo, e cercare di andare
all'indietro, oltre la lenta agonia di queste ultime settimane,
oltre il defatigante tira e molla scandito dalle notizie sullo
spread e sui titoli in Borsa, oltre lo spettacolo di deputati che
trasmigrano da un gruppo parlamentare ad un altro, oltre il degrado
che ha investito il governo e il suo presidente negli ultimi mesi
per chiedersi: che cosa è stato, che cosa ha fatto Silvio Berlusconi
per l'Italia in questi diciassette anni? Quali leggi fondamentali
sono state approvate? Quali modifiche ha apportato nella struttura
del paese? Quali idee proclamate è riuscito a rendere concrete? Come
ha modificato la vita degli italiani? Perché una cosa si può
affermare con certezza: due decenni di egemonia politica sono
sufficienti a realizzare cambiamenti, a modificare il volto del
paese o, almeno, a dare qualche risposta ai problemi più urgenti.
Pensate a quel che è avvenuto in Italia nei
vent'anni precedenti a quelli berlusconiani, dal 1974 al 1994. Vado
a memoria: riforma sanitaria, riforma delle pensioni, diritto di
famiglia, lo Statuto dei lavoratori, legge sul divorzio e
sull'aborto. L’Italietta si è trasformata in uno dei paesi più
avanzati dell'occidente. Settima potenza industriale, ma anche paese
capace di recepire le domande della società, di diventare moderno.
Tornate, magari se non siete abbastanza anziani
sui libri di storia, ai decenni ancora precedenti, dal 1954 al 1974,
agli anni della ricostruzione, quando l'Italia era ancora povera e
si accingeva al grande salto del miracolo economico, troverete la
nazionalizzazione dell'energia elettrica, la programmazione
economica, la nascita del Welfare. Anche in quegli anni grandi
cambiamenti, sofferti, discussi, ma reali.
il paese immobile
Ora pensateci: per che cosa saranno ricordati
i governi di Silvio Berlusconi o comunque questi anni in cui la sua
visione del mondo e dell'economia e della società è stata egemone?
In quali provvedimenti si è concretizzata la sua visione del mondo?
Non ne troverete. Non si possono paragonare certo le astiose
affermazioni e leggine di Brunetta e Sacconi sul mercato del lavoro
allo Statuto dei lavoratori, né la programmazione economica del
primo centro sinistra ai proclami su liberalizzazioni mai attuate, o
ai tagli lineari e indiscriminati che ad un certo punto il ministro
del Tesoro ha attuato per fare cassa.
Certo Berlusconi ha dispiegato la sua azione
politica all’interno di un quadro istituzionale, quello della
seconda Repubblica (dopo “mani pulite” per intenderci),
caratterizzato dal bipolarismo, dalla cosiddetta alternanza, ma ha
piegato anche questa novità, basti pensare al “porcellum”, con la
possibilità di designare i deputati da parte dei partiti, alla
gestione personale, aziendale del suo partito, e del suo governo. È
stato un bipolarismo che non ha impedito la frammentazione nè il
trasformismo. Negli anni del berlusconismo il nostro paese ha
conosciuto una riforma rilevante come quella del federalismo
fiscale, ma credo che storicamente questa riforma, anche nei suoi
intenti ben poco solidali, vada intestata alla Lega piuttosto che a
Berlusconi o alle altre forze politiche.
Il punto vero, che lo storico non ha potuto
ancora raccontare, ma che il cronista politico ha potuto osservare,
è che in questo ventennio non è stato fatto nulla di concreto, né
nel bene né nel male. Ricordate la promessa di un milione di posti
di lavoro? Ricordate la pensione minima a mille euro al mese? E,
ancora, la liberalizzazione delle professioni, un mercato del lavoro
fluido e flessibile, un’amministrazione dello stato efficiente, un
welfare sicuro e non sprecone, una rete industriale priva di lacci e
laccioli capace di espandersi malgrado la globalizzazione? Al di là
del giudizio di merito di questi provvedimenti, esprimevano un’idea
di società, un progetto che non è stato minimamente realizzato. Ed
erano, parevano credibili, perché fatte da un imprenditore, un uomo
che aveva promesso di estendere al paese quanto aveva fatto nelle
sue aziende. Mai nella storia d'Italia c'è stato un tale divario fra
le promesse fatte, le idee sostenute e quel che è stato
effettivamente realizzato.
Senza aspettare gli storici, che lo
dimostreranno più compiutamente e con maggiori dati, già oggi si può
affermare che per quasi vent'anni, più di una generazione, l'Italia
è rimasta ferma, alle sue leggi, ai suoi ordinamenti, senza alcun
intervento vero che la mettesse in connessione dinamica con il resto
dell'Europa e del mondo fino agli ultimi due anni di governo,
caratterizzati solo dagli scandali e dalla insistita riproposizioni
delle leggi «ad personam» per impedire il corso di una serie di
vicende processuali riguardanti il premier. Non è possibile - come
si sa - rimanere fermi nella corrente. Se non la si contrasta,
inevitabilmente si va indietro. Ed è quello che è avvenuto in questi
anni. Non si è fatto nulla e la situazione è tragicamente
arretrata. Valga per tutti l'esempio sul lavoro e sulla condizione
giovanile. Di fronte alla globalizzazione, alla competitività degli
altri paesi, si è verificata una massiccia precarizzazione del
lavoro che riguarda soprattutto i giovani e una riduzione
dell'occupazione. La mancanza di un intervento del governo sia sul
piano della crescita che su quello della protezione sociale delle
fasce più deboli ha aggravato una situazione già grave e ha fatto
arretrare il paese. Fino al disastro che constatiamo ogni giorno
quando vengono resi noti i dati sullo spread e sulla borsa e viene
addirittura minacciato (ed è minaccia concreta) il fallimento del
paese. Fino al depauperamento, a dir poco preoccupante, del sistema
democratico. I mercati hanno deciso al posto del governo nazionale,
la Bce ha imposto all'Italia le sue proposte di risposta alla crisi,
la politica è stata estromessa nelle decisioni importanti dai centri
finanziari.
Anche questo è stata la conseguenza del «non
fare».
L'immobilità politica non ha significato però
una immobilità sociale ed economica. E neppure immutabilità
culturale, saldezza dello spirito del paese, nella sua etica
pubblica e nell'immagine di sé. Il ventennio berlusconiano, in
realtà, ha registrati molti cambiamenti, forse maggiori e forse
peggiori di quelli che gli osservatori, anche i più critici possano
ora indicare.
una vita libera e luccicante
Se tutto questo è vero, negli anni prossimi,
quando gli spiriti delle contrapposte fazioni si saranno placati,
potrà essere dimostrato che l'egemonia berlusconiana si è pienamente
dispiegata sul piano culturale, dei costumi, dei modi di pensare.
Qui l'intervento c'è stato ed è stato pesante anche se ha conosciuto
varie fasi. Nella prima, quella dell'illusione, quella in cui, per
intenderci, venivano fatte mirabolanti promesse dì ricchezza, gran
parte del paese è stato conquistato dall'idea di una vita libera e
luccicante in cui tutti potessero arricchirsi senza sforzo e in cui
bastasse liberarsi dal lacci di uno stato oppressivo e quindi da
ogni legame con gli altri per raggiungere attraverso il proprio
individuale merito il benessere agognato. L'illusione è durata
poco, ma quel che è bastato per distruggere una rete culturale di
solidarietà, a cominciare con quella nei confronti dei più poveri,
degli immigrati.
il rapporto con le donne
Nella seconda fase, quella più recente, che
possiamo definire del «degrado», l'intervento, davvero pesante, è
stato quello sul rapporto con le donne. Qui il ruolo del premier è
stato diretto e devastante. Abbiamo assistito in questi anni alla
riproposizione da parte di un uomo pubblico, presidente del
Consiglio, di un modello maschile e di un modello femminile che ha
riportato il paese indietro di parecchi anni. E di un rapporto fra
il sesso e il potere che forse c'è sempre stato, ma che è stato
mostrato ed esaltato con compiacimento e sicurezza. I danni sono
stati enormi. Evidenti sul piano dell'etica pubblica, della
concezioni del rapporto dei sessi. Ma sbaglierebbe chi pensasse che
questo non ha avuto e non ha niente a che fare con la crisi
complessiva, economica e sociale che oggi sta attraversando il
paese. Essa, si è detto, almeno al cinquanta per cento è una crisi
di credibilità che riguarda la politica e chi la dirige, cioè il
presidente del Consiglio. Essa è stata profondamente minata dal suo
rapporto con le donne, dalla sua arretratezza e dalla sua volgarità.
Nessun uomo pubblico può oggi per fortuna permettersi quel che si è
permesso Berlusconi provando a cambiare l'Italia a sua immagine e
somiglianza. È stato un intervento pesante, forse il più pesante, ma
alla fine anche quello è risultato determinante nella sua caduta.
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