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il governo del «non fare»

 

 articolo di Ritanna Armeni sul periodico quindicinale “Rocca”

(Rivista della Pro Civitate Christiana) n° 23 del 1 dicembre 2011)

 

 

 

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Quel nostro Novecento di Raniero La Valle

Ci vorrà del tempo, forse anni, per fare un bilancio di quel che è stato Silvio Berlusconi per l'Italia. Ci vorranno storici e analisti capaci di discernere, di orientarsi, di distinguere per dare un giudizio, se non veritiero, almeno vicino alla verità su quello che, senza dubbio, è stato il più importante fenomeno politico degli ultimi 20 anni. Sull'uomo che per quasi due decenni ha deciso del destino politico del paese. Il giornalista politico può solo offrire un primo sguardo, e cercare di andare all'indietro, oltre la lenta agonia di queste ultime settimane, oltre il defatigante tira e molla scandito dalle notizie sullo spread e sui titoli in Borsa, oltre lo spettacolo di deputati che trasmigrano da un gruppo parlamentare ad un altro, oltre il degrado che ha investito il governo e il suo presidente negli ultimi mesi per chiedersi: che cosa è stato, che cosa ha fatto Silvio Berlusconi per l'Italia in questi diciassette anni? Quali leggi fondamentali sono state approvate? Quali modifiche ha apportato nella struttura del paese? Quali idee proclamate è riuscito a rendere concrete? Come ha modificato la vita degli italiani? Perché una cosa si può affermare con certezza: due decenni di egemonia politica sono sufficienti a realizzare cambiamenti, a modificare il volto del paese o, almeno, a dare qualche risposta ai problemi più urgenti.

Pensate a quel che è avvenuto in Italia nei vent'anni precedenti a quelli berlusconiani, dal 1974 al 1994. Vado a memoria: riforma sanitaria, riforma delle pensioni, diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori, legge sul divorzio e sull'aborto. L’Italietta si è trasformata in uno dei paesi più avanzati dell'occidente. Settima potenza industriale, ma anche paese capace di recepire le domande della società, di diventare moderno.

Tornate, magari se non siete abbastanza anziani sui libri di storia, ai decenni ancora precedenti, dal 1954 al 1974, agli anni della ricostruzione, quando l'Italia era ancora povera e si accingeva al grande salto del miracolo economico, troverete la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la programmazione economica, la nascita del Welfare. Anche in quegli anni grandi cambiamenti, sofferti, discussi, ma reali.

il paese immobile

Ora pensateci: per che cosa saranno ricor­dati i governi di Silvio Berlusconi o comunque questi anni in cui la sua visione del mondo e dell'economia e della società è stata egemone? In quali provvedimenti si è concretizzata la sua visione del mondo? Non ne troverete. Non si possono paragonare certo le astiose affermazioni e leggine di Brunetta e Sacconi sul mercato del lavoro allo Statuto dei lavoratori, né la programmazione economica del primo centro sinistra ai proclami su liberalizzazioni mai attuate, o ai tagli lineari e indiscriminati che ad un certo punto il ministro del Tesoro ha attuato per fare cassa.

Certo Berlusconi ha dispiegato la sua azione politica all’interno di un quadro istituzionale, quello della seconda Repubblica (dopo “mani pulite” per intenderci), caratterizzato dal bipolarismo, dalla cosiddetta alternanza, ma ha piegato anche questa novità, basti pensare al “porcellum”, con la possibilità di designare i deputati da parte dei partiti, alla gestione personale, aziendale del suo partito, e del suo governo. È stato un bipolarismo che non ha impedito la frammentazione nè il trasformismo. Negli anni del berlusconismo il nostro paese ha conosciuto una riforma rilevante come quella del federalismo fiscale, ma credo che storicamente questa riforma, anche nei suoi intenti ben poco solidali, vada intestata alla Lega piuttosto che a Berlusconi o alle altre forze politiche.

Il punto vero, che lo storico non ha potuto ancora raccontare, ma che il cronista politico ha potuto osservare, è che in questo ventennio non è stato fatto nulla di concreto, né nel bene né nel male. Ricordate la promessa di un milione di posti di lavoro? Ricordate la pensione minima a mille euro al mese? E, ancora, la liberalizzazione delle professioni, un mercato del lavoro fluido e flessibile, un’amministrazione dello stato efficiente, un welfare sicuro e non sprecone, una rete industriale priva di lacci e laccioli capace di espandersi malgrado la globalizzazione? Al di là del giudizio di merito di questi provvedimenti, esprimevano un’idea di società, un progetto che non è stato minimamente realizzato. Ed erano, parevano credibili, perché fatte da un imprenditore, un uomo che aveva promesso di estendere al paese quanto aveva fatto nelle sue aziende. Mai nella storia d'Italia c'è stato un tale divario fra le promesse fatte, le idee sostenute e quel che è stato effettivamente realizzato.

Senza aspettare gli storici, che lo dimostreranno più compiutamente e con maggiori dati, già oggi si può affermare che per quasi vent'anni, più di una generazione, l'Italia è rimasta ferma, alle sue leggi, ai suoi ordinamenti, senza alcun intervento vero che la mettesse in connessione dinamica con il resto dell'Europa e del mondo fino agli ultimi due anni di governo, caratterizzati solo dagli scandali e dalla insistita riproposizioni delle leggi «ad personam» per impedire il corso di una serie di vicende processuali riguardanti il premier. Non è possibile - come si sa - rimanere fermi nella corrente. Se non la si contrasta, inevitabilmente si va indietro. Ed è quello che è avvenuto in questi anni. Non si è fatto nulla e la situazione è tragica­mente arretrata. Valga per tutti l'esempio sul lavoro e sulla condizione giovanile. Di fronte alla globalizzazione, alla competitività degli altri paesi, si è verificata una massiccia precarizzazione del lavoro che riguarda soprattutto i giovani e una riduzione dell'occupazione. La mancanza di un intervento del governo sia sul piano della crescita che su quello della protezione sociale delle fasce più deboli ha aggravato una situazione già grave e ha fatto arretrare il paese. Fino al disastro che constatiamo ogni giorno quando vengono resi noti i dati sullo spread e sulla borsa e viene addirittura minacciato (ed è minaccia con­creta) il fallimento del paese. Fino al depauperamento, a dir poco preoccupante, del sistema democratico. I mercati hanno deciso al posto del governo nazionale, la Bce ha imposto all'Italia le sue proposte di risposta alla crisi, la politica è stata estromessa nelle decisioni importanti dai centri finanziari.

Anche questo è stata la conseguenza del «non fare».

L'immobilità politica non ha significato però una immobilità sociale ed economica. E neppure immutabilità culturale, saldezza dello spirito del paese, nella sua etica pubblica e nell'immagine di sé. Il ventennio berlusconiano, in realtà, ha registrati molti cambiamenti, forse maggiori e forse peggiori di quelli che gli osservatori, anche i più critici possano ora indicare.

una vita libera e luccicante

Se tutto questo è vero, negli anni prossimi, quando gli spiriti delle contrapposte fazioni si saranno placati, potrà essere dimostrato che l'egemonia berlusconiana si è pienamente dispiegata sul piano culturale, dei costumi, dei modi di pensare. Qui l'intervento c'è stato ed è stato pesante anche se ha conosciuto varie fasi. Nella prima, quella dell'illusione, quella in cui, per intenderci, venivano fatte mirabolanti promesse dì ricchezza, gran parte del paese è stato conquistato dall'idea di una vita libera e luccicante in cui tutti potessero arricchirsi senza sforzo e in cui bastasse liberarsi dal lacci di uno stato oppressivo e quindi da ogni legame con gli altri per raggiungere attraverso il proprio indivi­duale merito il benessere agognato. L'illusione è durata poco, ma quel che è bastato per distruggere una rete culturale di solidarietà, a cominciare con quella nei confronti dei più poveri, degli immigrati.

il rapporto con le donne

Nella seconda fase, quella più recente, che possiamo definire del «degrado», l'intervento, davvero pesante, è stato quello sul rapporto con le donne. Qui il ruolo del premier è stato diretto e devastante. Abbiamo assistito in questi anni alla riproposizione da parte di un uomo pubblico, presidente del Consiglio, di un modello maschile e di un modello femminile che ha riportato il paese indietro di parecchi anni. E di un rapporto fra il sesso e il potere che forse c'è sempre stato, ma che è stato mostrato ed esaltato con compiacimento e sicurezza. I danni sono stati enormi. Evidenti sul piano dell'etica pubblica, della concezioni del rapporto dei sessi. Ma sbaglierebbe chi pensasse che questo non ha avuto e non ha niente a che fare con la crisi complessiva, economica e sociale che oggi sta attraversando il paese. Essa, si è detto, almeno al cinquanta per cento è una crisi di credibilità che riguarda la politica e chi la dirige, cioè il presidente del Consiglio. Essa è stata profondamente minata dal suo rapporto con le donne, dalla sua arretratezza e dalla sua volgarità. Nessun uomo pubblico può oggi per fortuna permettersi quel che si è permesso Berlusconi provando a cambiare l'Italia a sua immagine e somiglianza. È stato un intervento pesante, forse il più pesante, ma alla fine anche quello è risultato determinante nella sua caduta.

 

 



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