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Più che un cambio di governo, è stata la fine
di un regime. Se il regime non fosse finito, non si sarebbe potuto
fare alcun governo Monti, e non ci sarebbe stato altro che andare
alle elezioni a combattere all'arma bianca mentre l'Italia,
inghiottita dal gorgo dei mercati, avrebbe rischiato di andare a
fondo. Infatti era un dogma del regime caduto che il capo eletto
dal popolo non potesse essere sostituito altro che dal popolo, che
la maggioranza come un solo uomo dovesse sostenere il governo per
l'intera legislatura, che qualunque tentativo di dar vita a una
nuova maggioranza e a un nuovo esecutivo dovesse essere bollato come
un golpe. L'interpretazione berlusconiana della democrazia era
quella di un regime del capo, che grazie all'investitura o
all'unzione dei cittadini, incorporava in sé tutto il popolo, ne
ricapitolava in se stesso la sovranità, faceva di questa sovranità
un potere superiore ad ogni altro potere, e si considerava sciolto
da ogni legge: un potere «sciolto», cioè assoluto. L’onesto regime
rappresentativo e parlamentare italiano veniva così, mediante lo
strumento di una legge elettorale iniqua, forzato a trasformarsi
in un regime pseudo-presidenziale, che in mancanza delle regole
proprie di un governo presidenziale, diventava piuttosto un regime pseudo-cesariano. La buona notizia è che questa metamorfosi del
regime politico italiano, perseguita per diciassette anni, è
fallita. La Costituzione ha resistito, la divisione dei poteri ha
retto, la Corte Costituzionale ha cancellato leggi incompatibili
con il nostro ordinamento, la magistratura ha continuato a
esercitare il controllo di legalità, il Parlamento ha avuto un
guizzo di dignità mettendo alfine in minoranza il governo, il
presidente della Repubblica ha mantenuto la sua autonomia con una
equità e una fermezza che gli sono venute buone quando ha dovuto
fare il «deus ex machina» della crisi. La battaglia promossa fin dal
1994 da don Giuseppe Dossetti per difendere la Costituzione messa
sotto scacco dalla destra al potere, è stata vittoriosa. Se infatti
Berlusconi ha perduto, a vincere non sono stati solo i suoi
avversari, è stata la Costituzione. Il clima da fine del regime che
si respirava nei sacrosanti festeggiamenti popolari per la sua
caduta, diceva che non solo finiva una leadership divenuta ormai
intollerabile sia all'interno che all'estero, ma finiva
l'umiliazione di una democrazia fatta cadere nell'impotenza, nella
volgarità e nella corruzione. I costi sono stati altissimi. Quelli
più palesi, che hanno morso nella vita delle persone, sono stati i
costi economici, l'impoverimento, il precariato, la disoccupazione
e da ultimo il rischio del crack. Ma altri costi sono stati
altrettanto gravi, hanno inciso nella cultura, nella vita morale e
anche nella vita religiosa del Paese. Il culmine simbolico del
degrado è stato raggiunto nella sentenza di Roberto Formigoni (Cl):
«a un governante non si deve chiedere quante “fidanzate” ha, ma se i
treni arrivano in orario». Etica pubblica contro treni in orario:
non è un grande baratto, almeno qualcuno con una Messa scambiava
Parigi.
Ora possiamo tornare alla politica: perché c’è
piu politica nel governo «tecnico» Monti di quanta ce ne sia stata
in questi anni, impedita da maggioranze bulgare alle Camere e da
vincoli di obbedienza. Il cambio di governo è stato in effetti una
grande operazione politica, e il ritorno della politica consiste
oggi nel fatto che possiamo ricominciare a pensare al bene del
Paese.
Ora, finito il
regime, bisogna porre mano a che non ritorni. Già il ripristino
della serietà ai vertici del sistema, l'adozione di uno stile di
rigore e di gravità - rispetto alla portata dolorosa dei problemi da
affrontare - manifestano un tale salto di qualità che sarà
difficile vi si voglia rinunciare. Ma soprattutto occorre metter
alcuni paletti che rendano impossibile la ripetizione
dell'esperienza passata: la legge sul conflitto di interessi, la
rottura dei monopoli mediatici, pubblicitari e televisivi, una Rai
rigenerata, la riapertura del sistema elettorale a finalità di
effettiva rappresentanza, sia riguardo alla scelta degli eletti,
sia riducendo a proporzioni accettabili - non da «legge truffa» -
eventuali premi di maggioranza e sbarramenti.
E, tra tutte, la
misura più simbolica ed efficace per impedire il ritorno a un
leaderismo demagogico, sarebbe quella di vietare per legge che nei
contrassegni elettorali figurino nomi di persone; il regime
populista e plebiscitario che in questi anni si è avuto in Italia,
è cominciato infatti col culto delle personalità portato fin dentro
i simboli elettorali, per cui l'elettorato è stato portato a credere
che si dovesse designare un padreterno, e non votare per una
politica, per un programma, per un partito, per una cultura
politica, per un'opzione morale.
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