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Da Monti a Berlusconi: cosa cambia per atenei e ricerca

Il resoconto della riunione del Forum Università, Saperi e Ricerca del 2 dicembre

 

 
 

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Il Forum Università e Ricerca ha organizzato una discussione aperta per elaborare le linee generali del Partito Democratico in quest’ultima parte della legislatura, di seguito al cambiamento dello scenario politico dopo le dimissioni del governo Berlusconi e la nomina del nuovo ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo. I tre principali temi in discussione erano: 1) gli aggiornamenti dell’attuazione della legge 240/2010; 2) il diritto allo studio, oggetto di un decreto legislativo approvato nell’ultimo consiglio dei ministri del governo Berlusconi IV; 3) il reclutamento dei docenti. Dopo le introduzioni di Marco Meloni e di Maria Chiara Carrozza, gli interventi si sono alternati delineando la necessità di muoversi sul doppio binario del presente (l’interazione del Pd con il nuovo governo) e del futuro prossimo (lo scenario di prospettiva su cui è necessario muoversi, con un’ampia riflessione incentrata su un nuovo progetto politico, per tutto il 2012). Come ha sottolineato Luca Schiaffino, è impossibile fare un bilancio esaustivo della riforma Gelmini dopo un anno, dato che siamo in una situazione di blocco: il processo dell’approvazione degli statuti non è concluso, per 167 contratti di ricerca di tipo A sono stati banditi solo 2 posti di tipo B, il reclutamento è comunque bloccato, molte persone si rassegnano e trovano un lavoro fuori dall’università. La stessa idea di un’accademia come “azienda”, nelle parole di Eugenio Mazzarella, si dovrebbe confrontare criticamente con questa disfunzionalità: “Nessuna azienda può crescere se chi ne fa parte viene demotivato e umiliato”. Come ha ricordato Walter Tocci, i tagli hanno sottratto risorse dall’università aumentando la spesa pubblica. E la legge Gelmini, nella sua inadeguatezza, appare però l’esito di una lunga decadenza. Secondo Tocci, “dobbiamo ripartire dai giovani e dalla fiducia spezzata tra le classi popolari e l’università. Non dalle leggi, ma dalle politiche che renderebbero inutili le norme della L. 240. In questo senso, dobbiamo pensare alla valutazione come autocoscienza dell’università, e più che all’economia della conoscenza alla società della conoscenza, di cui l’università è l’istituzione che si regge sul rapporto tra maestro e allievo”. Manuela Ghizzoni ha ricordato l’abissale distanza tra gli annunci della precedente maggioranza e l’inefficacia delle norme. L’unico provvedimento approdato in Gazzetta é quello sul Commissariamento e dissesto degli atenei. Perciò, anche se non possiamo immaginare abrogazioni, si deve aprire un vero confronto parlamentare sui decreti attuativi. Dovremmo, inoltre, sollecitare il ministero a organizzare tavoli e riflessioni tematiche, in particolare sul diritto allo studio, e sullo stesso piano si deve muovere il PD al suo interno. Il cammino dei “capaci e meritevoli” si inserisce in un gap cognitivo chiarito dai recenti studi della Fondazione Agnelli e non può quindi essere affrontato soltanto in ambito universitario. Giuseppe Macoretta di RUN ha criticato l’impostazione del decreto del 14 novembre, che mostra una profonda incertezza e introduce alcuni principi preoccupanti, tra cui l’aumento delle tasse regionali per il diritto allo studio da 120 euro in su, allo scopo di recuperare 50 mln di euro per sopperire a tutti i tagli. Nel decreto si parla di passaggi ai collegi universitari (per le strutture residenziali si apre ai privati), si parla in maniera vaga di assistenza sanitaria per i fuori sede, oltre che di prestiti d’onore. “Se questo nuovo governo vuole dare un’idea di discontinuità, lo faccia allora anche nel secondo decreto che deve essere approvato”.
Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, ha delineato il quadro internazionale che caratterizza l’Italia e i difetti della nostra società della conoscenza: i laureati italiani guadagnano meno di tutti i colleghi europei e la percentuale di laureati nella popolazione adulta italiana è metà di quella dei paesi OCSE (le analisi dimostrano, tra l’altro, che un dirigente laureato assume tre volte laureati rispetto a chi non lo è). Gli scarsi investimenti non sono soltanto un problema pubblico, perché le aziende italiane investono un terzo in R&S rispetto alle imprese tedesche. Oggi perdiamo laureati, e c’è il rischio che il Paese non riesca a recuperare il ritardo. Cammelli ha proposto l’istituzione di un’anagrafe dei laureati per una reale valutazione, come viene fatto da Almalaurea (ma ancora parzialmente). Il superamento della frammentazione dei finanziamenti è un punto fondamentale per Andrea Lenzi, presidente del CUN che ha anche ribadito l’importanza del CUN come organo di rappresentanza delle comunità scientifiche del sistema universitario italiano. Marco Mancini, presidente CRUI, ha invitato il governo a uscire dalla fase pesante di stress normativo, salariale e finanziario a cui è stato sottoposto il mondo universitario. “Abbiamo un serio problema di programmazione: non possiamo più arrivare a dicembre col portafoglio semivuoto per riempirlo all’ultimo minuto. Serve chiarezza, perché la programmazione favorisce la valutazione”. Mancini ha poi proposto di spostare sul diritto allo studio il finanziamento del Fondo per il Merito, qualora – come è probabile – il primo non raggiunga la somma prefissata. Le risorse del diritto allo studio, come hanno ricordato i rappresentanti degli studenti, vanno considerate una priorità per gli investimenti del Paese, invertendo la rotta rispetto al passato: i numeri dell’intero sistema universitario, d’altra parte, potrebbero essere coperti due volte dall’asta delle frequenze televisive. Nei loro interventi, Giulia Rodano dell’Italia dei Valori e Piero Graglia della Rete 29 Aprile hanno sottolineato la necessità del coraggio: per essere visionnaire, come ricorda Graglia, dobbiamo avere il sogno di quello che dobbiamo diventare. Per aprire il futuro riprendendo, come ricorda Rodano, al di là delle differenze politiche, le indicazioni del neogovernatore della Banca d’Italia Ignazio Visco sull’occupazione giovanile e l’azione consistente per ridurre il gap con gli altri paesi. Lisa Roscioni ha manifestato la preoccupazione per la dequalificazione degli studi umanistici, che rischiano di scomparire: “non si possono sganciare innovazione e ricerca, perché l’innovazione non è solo produzione industriale ma anche culturale”.
Luciano Modica, in una lettera aperta rivolta al neo-ministro Francesco Profumo, ha ricordato che un paese che non “ama” la sua università, pur pretendendo massima serietà e trasparenza, non è in grado di costruire il suo futuro. Come altri interventi, ha sottolineato come le persone che lavorano all’università siano state oggetto di attacchi sistematici: il metodo deve cambiare, se vogliamo dare reale considerazione alla funzione sociale dell’università. È fondamentale porre attenzione a questi temi, in un momento in cui, al contrario di quel che parrebbe dalle apparenze, c’è un grande bisogno di politica. Giunio Luzzatto ha ricordato che la legge 240 dà piena libertà ai docenti di impegnarsi in attività di consulenza, le attività di consulenza dei professori sottraggono tempo e risorse alle attività accademiche e occorre affrontare anche questo tema. Quasi in ogni scandalo spunta un professore universitario coinvolto in qualità di consulente.
Eugenio Vignoni (CGIL-FLC) ha indicato tre parole d’ordine: responsabilità, valutazione e partecipazione. Senza la partecipazione non ci potrà essere una buona governance, né una buona didattica o una buona ricerca. E ha lanciato due allarmi. Il primo sul precariato, che rischia di far perdere all’università italiana un’intera generazione; il secondo sull’università a due velocità, che potrebbe nascere con i troppi protocolli d’intesa con Confindustria.
Federica Laudisa ha esposto alcuni punti fondamentali per costruire un vero diritto allo studio, il cui obiettivo sia quello di garantire una borsa di studio a tutti gli aventi diritto con condizioni uniformi nel Paese, mentre l’anno scorso 45.000 studenti (26% degli aventi diritto) non hanno ricevuto la Borsa. Serve un solo bando nazionale nel sito del ministero, non 60 bandi separati. Laudisa propone poi di riconoscere un contributo di mobilità internazionale agli studenti, non un servizio generico, e di avviare un monitoraggio sistematico del diritto allo studio per governare il sistema (resta da verificare se l’Osservatorio Nazionale per il Diritto allo Studio sarà davvero attuato).
Anche l’università ha vissuto un “decennio perduto”: l’anno scorso il numero dei borsisti era pari a quello di dieci anni fa, e come ricorda Francesco Sylos Labini l’anzianità del corpo docente è aumentata del 10%, creando un problema mostruoso che va considerato prioritario in ogni intervento sull’università. Sylos Labini si è soffermato sull’assenza di seri programmi di ricerca nazionale, non è efficiente e neppure utile un programma di ricerca dove solo l’1% dei ricercatori viene premiato. Inoltre il sistema della mediana rischia di premiare gli aspiranti professori che operano in settori mediocri dove la mediana è rappresentata da un basso h index, e di rendere molto difficile l’accesso per chi opera in settori dove la mediana è molto alta. Matteo Turri ha invitato a non sopravvalutare il tema della valutazione, usandola come uno scudo. “Non si può chiedere a tutti i colleghi italiani di competere con Oxford”, e non si può considerare la bibliometria la panacea di tutti i mali. Come ha affermato ancora Sylos Labini, il criterio della mediana per la valutazione non punta al miglioramento, ma al mantenimento dello standard delle discipline in oggetto: in un campo con risultati scarsi favorisce le persone scarse.
Fulvio Esposito, tra l’altro, ha rivendicato la necessità di agire con decisione per garantire l’equilibrio di genere nelle posizioni della ricerca, in particolare nelle alte posizioni. È un tema che non viene affrontato sufficientemente, ma deve essere parte integrante dell’azione di cambiamento del sistema. Come ricorda Esposito, “nel dottorato le ragazze stanno superando i ragazzi, nella fascia dei ricercatori succede un patatrac che è del tutto ingiustificato”. Riguardo al diritto allo studio, Esposito ha indicato tre priorità: introdurre un ‘contratto nazionale’ trasparente con studenti e famiglie (diritti, doveri, agevolazioni, penalità); garantire mobilità internazionale e nazionale; Introdurre misure di coesione territoriale (con un ‘controllo di qualità’ sui titoli). Secondo Anna Maria Poggi, dobbiamo partire da tre parole chiave: finanziamento, programmazione e valutazione. Poggi concorda sull’inutilità di nuove leggi, ma serve una programmazione su ricerca, personale e diritto allo studio (che non riguarda solo le borse di studio ma tutto il compito delineato dall’art. 34, “capaci e meritevoli”).

 




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