Il Forum Università e Ricerca ha organizzato una discussione aperta per
elaborare le linee generali del Partito Democratico in quest’ultima
parte della legislatura, di seguito al cambiamento dello scenario
politico dopo le dimissioni del governo Berlusconi e la nomina del nuovo
ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo. I tre
principali temi in discussione erano: 1) gli aggiornamenti
dell’attuazione della legge 240/2010; 2) il diritto allo studio, oggetto
di un decreto legislativo approvato nell’ultimo consiglio dei ministri
del governo Berlusconi IV; 3) il reclutamento dei docenti. Dopo le
introduzioni di Marco Meloni e di Maria Chiara Carrozza, gli interventi
si sono alternati delineando la necessità di muoversi sul doppio binario
del presente (l’interazione del Pd con il nuovo governo) e del futuro
prossimo (lo scenario di prospettiva su cui è necessario muoversi, con
un’ampia riflessione incentrata su un nuovo progetto politico, per tutto
il 2012). Come ha sottolineato Luca Schiaffino, è impossibile fare un
bilancio esaustivo della riforma Gelmini dopo un anno, dato che siamo in
una situazione di blocco: il processo dell’approvazione degli statuti
non è concluso, per 167 contratti di ricerca di tipo A sono stati
banditi solo 2 posti di tipo B, il reclutamento è comunque bloccato,
molte persone si rassegnano e trovano un lavoro fuori dall’università.
La stessa idea di un’accademia come “azienda”, nelle parole di Eugenio
Mazzarella, si dovrebbe confrontare criticamente con questa
disfunzionalità: “Nessuna azienda può crescere se chi ne fa parte viene
demotivato e umiliato”. Come ha ricordato Walter Tocci, i tagli hanno
sottratto risorse dall’università aumentando la spesa pubblica. E la
legge Gelmini, nella sua inadeguatezza, appare però l’esito di una lunga
decadenza. Secondo Tocci, “dobbiamo ripartire dai giovani e dalla
fiducia spezzata tra le classi popolari e l’università. Non dalle leggi,
ma dalle politiche che renderebbero inutili le norme della L. 240. In
questo senso, dobbiamo pensare alla valutazione come autocoscienza
dell’università, e più che all’economia della conoscenza alla società
della conoscenza, di cui l’università è l’istituzione che si regge sul
rapporto tra maestro e allievo”. Manuela Ghizzoni ha ricordato
l’abissale distanza tra gli annunci della precedente maggioranza e
l’inefficacia delle norme. L’unico provvedimento approdato in Gazzetta é
quello sul Commissariamento e dissesto degli atenei. Perciò, anche se
non possiamo immaginare abrogazioni, si deve aprire un vero confronto
parlamentare sui decreti attuativi. Dovremmo, inoltre, sollecitare il
ministero a organizzare tavoli e riflessioni tematiche, in particolare
sul diritto allo studio, e sullo stesso piano si deve muovere il PD al
suo interno. Il cammino dei “capaci e meritevoli” si inserisce in un gap
cognitivo chiarito dai recenti studi della Fondazione Agnelli e non può
quindi essere affrontato soltanto in ambito universitario. Giuseppe
Macoretta di RUN ha criticato l’impostazione del decreto del 14
novembre, che mostra una profonda incertezza e introduce alcuni principi
preoccupanti, tra cui l’aumento delle tasse regionali per il diritto
allo studio da 120 euro in su, allo scopo di recuperare 50 mln di euro
per sopperire a tutti i tagli. Nel decreto si parla di passaggi ai
collegi universitari (per le strutture residenziali si apre ai privati),
si parla in maniera vaga di assistenza sanitaria per i fuori sede, oltre
che di prestiti d’onore. “Se questo nuovo governo vuole dare un’idea di
discontinuità, lo faccia allora anche nel secondo decreto che deve
essere approvato”.
Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, ha delineato il quadro
internazionale che caratterizza l’Italia e i difetti della nostra
società della conoscenza: i laureati italiani guadagnano meno di tutti i
colleghi europei e la percentuale di laureati nella popolazione adulta
italiana è metà di quella dei paesi OCSE (le analisi dimostrano, tra
l’altro, che un dirigente laureato assume tre volte laureati rispetto a
chi non lo è). Gli scarsi investimenti non sono soltanto un problema
pubblico, perché le aziende italiane investono un terzo in R&S rispetto
alle imprese tedesche. Oggi perdiamo laureati, e c’è il rischio che il
Paese non riesca a recuperare il ritardo. Cammelli ha proposto
l’istituzione di un’anagrafe dei laureati per una reale valutazione,
come viene fatto da Almalaurea (ma ancora parzialmente). Il superamento
della frammentazione dei finanziamenti è un punto fondamentale per
Andrea Lenzi, presidente del CUN che ha anche ribadito l’importanza del
CUN come organo di rappresentanza delle comunità scientifiche del
sistema universitario italiano. Marco Mancini, presidente CRUI, ha
invitato il governo a uscire dalla fase pesante di stress normativo,
salariale e finanziario a cui è stato sottoposto il mondo universitario.
“Abbiamo un serio problema di programmazione: non possiamo più arrivare
a dicembre col portafoglio semivuoto per riempirlo all’ultimo minuto.
Serve chiarezza, perché la programmazione favorisce la valutazione”.
Mancini ha poi proposto di spostare sul diritto allo studio il
finanziamento del Fondo per il Merito, qualora – come è probabile – il
primo non raggiunga la somma prefissata. Le risorse del diritto allo
studio, come hanno ricordato i rappresentanti degli studenti, vanno
considerate una priorità per gli investimenti del Paese, invertendo la
rotta rispetto al passato: i numeri dell’intero sistema universitario,
d’altra parte, potrebbero essere coperti due volte dall’asta delle
frequenze televisive. Nei loro interventi, Giulia Rodano dell’Italia dei
Valori e Piero Graglia della Rete 29 Aprile hanno sottolineato la
necessità del coraggio: per essere visionnaire, come ricorda Graglia,
dobbiamo avere il sogno di quello che dobbiamo diventare. Per aprire il
futuro riprendendo, come ricorda Rodano, al di là delle differenze
politiche, le indicazioni del neogovernatore della Banca d’Italia
Ignazio Visco sull’occupazione giovanile e l’azione consistente per
ridurre il gap con gli altri paesi. Lisa Roscioni ha manifestato la
preoccupazione per la dequalificazione degli studi umanistici, che
rischiano di scomparire: “non si possono sganciare innovazione e
ricerca, perché l’innovazione non è solo produzione industriale ma anche
culturale”.
Luciano Modica, in una lettera aperta rivolta al neo-ministro Francesco
Profumo, ha ricordato che un paese che non “ama” la sua università, pur
pretendendo massima serietà e trasparenza, non è in grado di costruire
il suo futuro. Come altri interventi, ha sottolineato come le persone
che lavorano all’università siano state oggetto di attacchi sistematici:
il metodo deve cambiare, se vogliamo dare reale considerazione alla
funzione sociale dell’università. È fondamentale porre attenzione a
questi temi, in un momento in cui, al contrario di quel che parrebbe
dalle apparenze, c’è un grande bisogno di politica. Giunio Luzzatto ha
ricordato che la legge 240 dà piena libertà ai docenti di impegnarsi in
attività di consulenza, le attività di consulenza dei professori
sottraggono tempo e risorse alle attività accademiche e occorre
affrontare anche questo tema. Quasi in ogni scandalo spunta un
professore universitario coinvolto in qualità di consulente.
Eugenio Vignoni (CGIL-FLC) ha indicato tre parole d’ordine:
responsabilità, valutazione e partecipazione. Senza la partecipazione
non ci potrà essere una buona governance, né una buona didattica o una
buona ricerca. E ha lanciato due allarmi. Il primo sul precariato, che
rischia di far perdere all’università italiana un’intera generazione; il
secondo sull’università a due velocità, che potrebbe nascere con i
troppi protocolli d’intesa con Confindustria.
Federica Laudisa ha esposto alcuni punti fondamentali per costruire un
vero diritto allo studio, il cui obiettivo sia quello di garantire una
borsa di studio a tutti gli aventi diritto con condizioni uniformi nel
Paese, mentre l’anno scorso 45.000 studenti (26% degli aventi diritto)
non hanno ricevuto la Borsa. Serve un solo bando nazionale nel sito del
ministero, non 60 bandi separati. Laudisa propone poi di riconoscere un
contributo di mobilità internazionale agli studenti, non un servizio
generico, e di avviare un monitoraggio sistematico del diritto allo
studio per governare il sistema (resta da verificare se l’Osservatorio
Nazionale per il Diritto allo Studio sarà davvero attuato).
Anche l’università ha vissuto un “decennio perduto”: l’anno scorso il
numero dei borsisti era pari a quello di dieci anni fa, e come ricorda
Francesco Sylos Labini l’anzianità del corpo docente è aumentata del
10%, creando un problema mostruoso che va considerato prioritario in
ogni intervento sull’università. Sylos Labini si è soffermato
sull’assenza di seri programmi di ricerca nazionale, non è efficiente e
neppure utile un programma di ricerca dove solo l’1% dei ricercatori
viene premiato. Inoltre il sistema della mediana rischia di premiare gli
aspiranti professori che operano in settori mediocri dove la mediana è
rappresentata da un basso h index, e di rendere molto difficile
l’accesso per chi opera in settori dove la mediana è molto alta. Matteo
Turri ha invitato a non sopravvalutare il tema della valutazione,
usandola come uno scudo. “Non si può chiedere a tutti i colleghi
italiani di competere con Oxford”, e non si può considerare la
bibliometria la panacea di tutti i mali. Come ha affermato ancora Sylos
Labini, il criterio della mediana per la valutazione non punta al
miglioramento, ma al mantenimento dello standard delle discipline in
oggetto: in un campo con risultati scarsi favorisce le persone scarse.
Fulvio Esposito, tra l’altro, ha rivendicato la necessità di agire con
decisione per garantire l’equilibrio di genere nelle posizioni della
ricerca, in particolare nelle alte posizioni. È un tema che non viene
affrontato sufficientemente, ma deve essere parte integrante dell’azione
di cambiamento del sistema. Come ricorda Esposito, “nel dottorato le
ragazze stanno superando i ragazzi, nella fascia dei ricercatori succede
un patatrac che è del tutto ingiustificato”. Riguardo al diritto allo
studio, Esposito ha indicato tre priorità: introdurre un ‘contratto
nazionale’ trasparente con studenti e famiglie (diritti, doveri,
agevolazioni, penalità); garantire mobilità internazionale e nazionale;
Introdurre misure di coesione territoriale (con un ‘controllo di
qualità’ sui titoli). Secondo Anna Maria Poggi, dobbiamo partire da tre
parole chiave: finanziamento, programmazione e valutazione. Poggi
concorda sull’inutilità di nuove leggi, ma serve una programmazione su
ricerca, personale e diritto allo studio (che non riguarda solo le borse
di studio ma tutto il compito delineato dall’art. 34, “capaci e
meritevoli”).