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Un amico mi ha chiesto di dare un piccolo ipotetico
contributo alla moralizzazione del paese fornendo indicazioni su misure
possibili in grado di restituire senso etico ai nostri connazionali. Non
ho esitato un attimo. “Se ne avessi il potere – ho detto – metterei in
atto quanto Adriano Olivetti andava ripetendo ed attuando. Nella sua
Olivetti, che proprio nell’anno della sua morte, il 27 febbraio del
1960, raggiungeva il massimo del suo splendore con 36.000 dipendenti, di
cui oltre la metà all’estero, nessuno poteva avere uno stipendio
maggiore di 10 volte quello minimo pagato in fabbrica”.
Era una regola aurea che costringeva i livelli più
alti, quelli con maggiori responsabilità, a darsi da fare perché
l’azienda producesse e guadagnasse bene in modo da poter far lievitare i
salari minimi e, di conseguenza, anche i propri.
Adriano Olivetti fu forse l’unico che riuscì
nell’intento di armonizzare lo sviluppo industriale con la affermazione
dei diritti umani e con la democrazia partecipativa. Chiamò presso di sé
valenti architetti e pensatori, costruì le infrastrutture culturali che
facevano dei dipendenti Olivetti una comunità invidiata dalle altre
realtà produttive. Se ne andò improvvisamente a soli 59 anni mentre era
su un treno che lo portava per lavoro in Svizzera, ed oggi la sua
Olivetti non esiste più.
Ma mi piacerebbe che tutti si soffermassero un poco
a pensare quanto meglio starebbe il nostro paese se la regola del 10 di
Adriano Olivetti fosse generalizzata in tutte le attività. Sarebbe un
formidabile motivo di spinta economica allo sviluppo ed una pietra
miliare sul cammino verso l’equità sociale ed il ritorno della
prevalenza dell’etica nei rapporti sociali.
26 gennaio 2012 Vittorio Sacchi |