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Equità nel mondo del lavoro

 
 
     

 

 

Ieri Domenica 22 gennaio, sul Corriere della Sera, l’articolo di fondo degli economisti  Alberto Alesina e Francesco Giavazzi mi ha fatto tornare la memoria a circa 55 anni fa. Parlando della riforma del mercato del lavoro che il ministro Fornero si accinge a fare, l’articolo infatti riporta come il ministro abbia cercato di chiarire la sua idea ricordando una frase di Luciano Lama, il leader della CGIL negli anni 70: “Noi, purtroppo, in un certo senso, abbiamo vinto contro i nostri figli” . Mi sono ricordato bene di quegli anni, li ho vissuto in prima persona, dapprima in FIAT e poi in altre aziende aeronautiche. Ricordo bene le lotte combattute per la dignità del lavoro. Ma la memoria mi ha portato ancora più indietro. Mi sono ricordato della prima volta che vidi Luciano Lama, che allora aveva 34 anni. Era a fianco di Giuseppe Di Vittorio, il primo grande, immenso, sindacalista italiano, che stava parlando a Parma in un comizio indetto per problemi sindacali locali, nella piazza, allora ancora quasi completamente in terra battuta, tra il palazzo della Pilotta e via Garibaldi. Io allora avevo solo 15 anni, ma al liceo me la cavavo bene ed avevo  così il tempo di coltivare la passione di ascoltare, quando potevo, quelli che allora erano gli uomini di riferimento della politica e del sindacalismo. A quel tempo Lama seguiva sempre Di Vittorio. Scoprii in seguito che i due si erano conosciuti alcuni anni prima di quel 1956 nel quale stavo ad ascoltare Di Vittorio, ed erano stati subito legati da rispetto e stima reciproca. Erano due che avevano sempre avuto il coraggio di sostenere le proprie idee e non guardavano in faccia a nessuno se lo ritenevano necessario. Ricordo la marea di applausi che, proprio in quel comizio a Parma, Di Vittorio ottenne quando  iniziò una profonda e inaspettata critica dei fatti d’Ungheria e dello schieramento subalterno alla Russia che in quel momento stava assumendo il PCI.

Di Vittorio vedeva lontano e, soprattutto, amava i lavoratori e amava l’Italia. Purtroppo ci doveva lasciare l’anno successivo, nel 1957. Alla guida della FIOM lo sostituì proprio Lama che, circa 15 anni dopo, non ricordo bene l’anno, fu poi chiamato alla guida della CGIL  e fu il principale artefice di alcune delle più importanti riforme nel nostro paese. Pochi sanno che fu Lama a sostenere in modo deciso la necessità di legiferare sulla sicurezza del lavoro.  Al parlamento, quando ne fece parte, fu  primo firmatario di una mozione sulla sicurezza del lavoro nelle aziende. Quando ne illustrò i contenuti ai colleghi parlamentari, così concluse: ”in questo nostro mondo tutti hanno una parola di comprensione per il lavoratore infortunato o ammalato, ma poi quasi nessuno si pone pazientemente e pervicacemente alla ricerca delle cause di quell'infortunio o di quella malattia e, un momento dopo aver pronunciato parole che in questo modo diventano di circostanza, se ne scorda e pensa ad altro. Non dobbiamo permettere che un fine umanitario così alto e nobile scada al livello di frasi di circostanza, senza alcun seguito nell'azione delle istituzioni democratiche”. Anche Lama tuttavia, nonostante avesse dedicato una vita alla crescita del benessere dei lavoratori, dovette soffrire con amarezza il fatto di essere quasi messo da parte da quello stesso Berlinguer che pure ammirava. Ma non smise mai di affermare le proprie idee. Di fronte alla crisi dei primi anni 90 ragionò così: “Se la crisi ha un carattere strutturale  e produce una crescente disoccupazione e inflazione, allargando il divario fra nord e sud, il peso ed i suoi effetti si scaricano sui lavoratori. Per questo ci vuole una politica globale che mettendo al primo posto e senza incertezze i problemi dello sviluppo economico e dell’occupazione, preveda in una strategia di cambiamento dell’economia italiana, anche misure di austerità, che diventino uno strumento, non una concessione o una contropartita, per il risanamento dell’economia ed il cambiamento del vecchio tipo di sviluppo”.

Da allora sono passati invano circa 20 anni, perché siamo ancora allo stesso punto, nuovamente alle prese con una crisi economica che avvolge l’intero continente, se non l’intero mondo occidentale, e per l’Italia non vi è dubbio che si tratti anche, e soprattutto, di una crisi a carattere strutturale. Come ricordano Alesina e Giavazzi, al centro del problema del mercato del lavoro c’è una questione di equità fra padri e figli, e di equità tra cittadini protetti dai sindacati e cittadini coinvolti nelle liberalizzazioni. Se vogliamo davvero pensare al futuro dei nostri figli, cerchiamo di non parlare per posizioni preconcette, inclusa quella sull’intoccabilità dell’art. 18 che sento sbandierare per lo più da gente che non sa nemmeno bene di cosa stia parlando. Io non so se l’art. 18 debba o non debba, possa o non possa, essere considerato un ostacolo sulla strada dello sviluppo. So soltanto che, soprattutto oggi, c’è assolutamente bisogno di equità, anche nel mondo del lavoro, e chiedo che i tecnici del governo, quelli dei sindacati e quelli dei partiti, abbiano tutti, nella trattativa che si apre in questa settimana, come unico faro la visione dell’equità sociale e generazionale anche nel mercato del lavoro. 

23 gennaio 2012 - Vittorio Sacchi

 


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