
Sono Gherardo Colombo, ho fatto per oltre 33 anni il
magistrato, finché nel 2007 mi sono dimesso dalla
Magistratura, pur potendo continuare per altri 14 anni.
Mi sono dimesso perché ho raggiunto la convinzione che per far
funzionare la giustizia è necessario soprattutto riflettere
sul perché delle regole e sulla relazione tra le regole e
ciascuno di noi. Se non si capisce a cosa servono le regole,
come influiscono sulla nostra vita, è molto difficile
riuscire a osservarle spontaneamente e se le regole non
vengono osservate spontaneamente molto spesso vengono
violate. Si trasgrediscono tutte le volte in cui sembra che
faccia comodo trasgredirle. Allora ho smesso di fare il
magistrato per contribuire alla riflessione, soprattutto
alla riflessione da parte dei ragazzi. Giro molto per le
scuole, faccio oltre 300 incontri all’anno con ragazzi delle
scuole elementari, scuole medie, delle scuole superiori e
anche dell’università.
Il tema è quello delle regole, credo sia necessario avere
una conoscenza del tema e uno scambio approfondito di
informazioni. Per questo non mi limito a girare tra le
scuole, ma ho scritto 5 o 6 libri sull’argomento delle
regole e della Costituzione e dell’approccio tra la
comunità, le regole e la loro violazione. L’informazione è
essenziale perché noi, oltre che essere individui che hanno
una parte caratterizzata dal punto di vista istintuale,
abbiamo delle emozioni, abbiamo dei sentimenti, abbiamo
anche un cervello, una testa ed è necessario che la testa,
il cervello, lavorino per entrare in una relazione positiva
con le emozioni e i sentimenti per riuscire a vivere con le
altre persone nel modo migliore possibile.
Quindi è necessario approfondire la relazione tra la persona
e le regole, in particolare le regole che arrivano dalla
nostra Costituzione. Non sempre le regole hanno una
relazione positiva nei nostri confronti, non sempre ci
aiutano, anzi nel corso della Storia è stato generalmente il
contrario, le regole aiutavano qualcuno che stava in alto,
molto in alto, ma penalizzavano la stragrande maggioranza
della popolazione. La società era organizzata come una
piramide. In alto si può, in basso si deve, e siccome la
piramide ha una larghissima base, mentre al vertice c’è
soltanto un puntino, quasi tutti dovevano, mentre pochissimi
potevano. Il principio fondante della società era la
discriminazione. Arriva la Costituzione e cambia tutto,
rovescia il modo di stare insieme. Il principio fondante
oggi, e cioè il principio al quale rispondono le regole, è
che tutti abbiamo dignità quanto gli altri. Il che non
significa soltanto uguaglianza, pari dignità, ma anche
riconoscimento della dignità, e quindi della positività,
degli esseri umani. Questo riconoscimento, dell’importanza
delle persone, è lo stesso principio alla base della
democrazia. Si può concepire che il governo appartenga al
popolo, questo vuole dire democrazia, soltanto se si pensa
che la persona in quanto tale, abbia dignità e sia
importante. Le regole della Costituzione, le regole del nostro stare
insieme, partono da questa constatazione: tutti noi abbiamo
dignità, conseguentemente la Repubblica riconosce
l’esistenza dei diritti fondamentali e avendo tutti diritti
fondamentali si è uguali di fronte alla legge, senza
che le nostre particolarità: essere maschio o femmina, avere
una religione piuttosto che un’altra, un’opinione politica
piuttosto che un’altra, essere di un’etnia piuttosto che
un’altra, senza che queste particolarità possano essere
causa di discriminazione e di sottrazione dei diritti.
Poi, certo, ci sono i doveri, ma i doveri in un sistema come
il nostro sono funzionali ai diritti. Servono a fare in modo
che i diritti possano essere utilizzati. L’informazione è
essenziale, la conoscenza è essenziale. L’informazione è il
canale attraverso il quale si passa la conoscenza, perché
questa idea di società basata sul riconoscimento della
dignità della persona è abbastanza poco conosciuta, il
principio da cui parte il nostro sistema delle regole è
abbastanza poco conosciuto. Allora succede che si riesce
difficilmente a afferrare il concetto che le regole non solo
possono contenere degli obblighi o dei divieti, ma anzi
contengono in primo luogo delle possibilità. Le regole ci
aiutano perché ci consentono, ci permettono di dire quello
che pensiamo, ci permettono di essere curati, di informarci,
di avere un’istruzione, di praticare la religione nella
quale si crede. Credo sia essenziale la conoscenza della
relazione tra le regole e noi, in caso contrario le regole
ci sembrano soltanto fonti di obblighi o di divieti e a
nessuno piace essere obbligato o trovarsi di fronte a un
divieto. Nei miei incontri con i ragazzi parto sempre con
qualche domanda, per esempio, con i ragazzi delle superiori,
la domanda iniziale è “Secondo voi esiste una relazione
tra le regole e la vostra possibilità di essere felici? Non
la felicità in senso assoluto perché è una cosa complessa,
complicata, ma il punto di partenza.” Con i bambini
delle scuole elementari la mia domanda è “Quando sentite
la parola “regola”
cosa vi viene da fare? Vi viene da fare “iuuù che bello!”
o vi viene da fare “uuuuu”. Quasi tutti fanno “uuuu”
“Perché fate “uuuu”?”. Mi spiegano che fanno così
perché dalle regole si sentono oppressi, perché le regole
non consentono di fare quello che si vuole.
Torniamo all’inizio, se le regole non consentono di fare
quello che si vuole, è difficile che con loro si stabilisca
un rapporto amichevole, è come se fossero dei nemici e
allora il passo successivo è “Possiamo trovare qualche
regola che invece di imporci ci permette?”. Qui però si
apre una questione molto difficile affrontare in poche
parole. Il tema è quello della conseguenza della
trasgressione “Cosa è opportuno che succeda a chi le
regole non le rispetta, questa persona deve essere punita o
essere aiutata a capire che le regole vanno rispettate?”-
La punizione serve a capire che le regole vanno rispettate o
è uno strumento che allontana dalla società invece di
reintegrare, recuperare il rapporto che si era rotto? È un
tema difficile, che richiede riflessioni molto articolate.
Credo che sia impossibile arrivare al bene, alla positività
attraverso l’inflizione del male, attraverso la negatività,
premesso che è ovvio che se una persona trasgredendo diventa
pericolosa per gli altri, è causa di pericolo, bisogna
impedirgli la trasgressione e questo è un conto, l’altro
conto è però stabilire, verificare se questo impedire la
trasgressione debba consistere nell’inflizione di una
sofferenza.Su questo tema magari ci sentiamo un’altra volta,
ci tenevo però a mettere lì la questione perché è necessario
rifletterci molto e ci si può riflettere cominciando a darsi
risposta su quel quesito che è duplice ed è il punto di
partenza “La dignità è in sintonia con l’imposizione
della sofferenza?” “Imporre il male porta al bene?
”.Mi succede delle volte di sentirmi rivolgere domande del
tipo “Come facciamo a osservare le regole se le persone che dirigono la
società non le osservano? ”.
Credo che una persona libera, capace di determinarsi, che fa
le sue scelte e che non guarda le scelte che fanno gli
altri, non prende la trasgressione come esempio, ma valuta e dice “Quel
signore ha fatto una cosa che non va bene, io non la faccio”,
non “Io seguo il suo esempio”. E’ necessario
assumersi la responsabilità della propria scelta, decidere
da sé stessi. Questa è una cosa che si fa raramente,
possiamo prendere, per capirci, il problema
dell’inquinamento atmosferico. Milano in questi giorni ha
dei problemi grossissimi di inquinamento, se domandiamo ai
milanesi “A voi piace respirare aria pura o aria
inquinata?” tutti rispondono “Eh beh ci piacerebbe
respirare aria pura”. Domandiamo poi “Ma secondo
voi chi è che inquina l’aria di Milano” alla fine
rispondono “Sono i milanesi” allora la domanda
successiva è “Perché i milanesi inquinano l’aria di
Milano pur volendo respirare aria pulita?”. Ci sono
persone che non possono fare a meno di usare la macchina per
lavoro, ma ce ne sono tante, tantissime invece che la usano
solo per una comodità momentanea. Bisogna diventare grandi,
bisogna smettere di avere bisogno della mamma e di dire,
sostanzialmente “Facciano gli altri” senza rendersi
conto che dicendo “Facciano gli altri” si
sottintende “Perché da solo non sono capace!”.
Credo che nel corso della Storia non sia mai successo di
potersi informare quanto ci si può informare oggi, poi certo
non sempre si è aiutati, bisogna cercarla l’informazione, è
anche quello un impegno, magari è complicato trovarla,
bisogna paragonare fonti diverse, riuscire a prenderla
piuttosto che aspettare che ci venga fornita. A me viene in
mente qualche volta di porre un quesito “Ma non è che
forse la Costituzione che è la cosa più nuova che esista al
mondo, sotto il profilo dell’organizzazione della società”,
perché la società è sempre stata organizzata sulla base
della discriminazione e invece la Costituzione prevede
un’organizzazione sulla base della distribuzione paritaria
delle opportunità, non è che sarebbe il caso di aggiornare
la Costituzione sotto il profilo dell’informazione? La
Costituzione applica la tradizionale separazione dei poteri,
per cui esistono un potere legislativo, uno esecutivo, uno
giudiziario, ciascuno dei quali ha le sue competenze, mi
chiedo “Non sarebbe opportuno separare dai poteri
tradizionali i poteri nuovi? Come l’informazione e la
finanza? Stabilire delle regole secondo le quali la finanza,
l’informazione siano separate dagli altri poteri, tanto
quanto lo sono oggi il legislativo, l’esecutivo e il
giudiziario?”. Quindi ricordatevi, passate la parola
anche su questo punto, perché l’informazione si fa e si fa
molto passando parola!
dal blog di Beppe Grillo -
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